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Prima: post Covid occorre innovare agrifood

(ANSA) – “Nell’agrifood occorre innovare affinché le produzioni siano in grado di rispondere alle nuove esigenze anche e soprattutto nel post pandemia Covid-19“. Lo ha detto Angelo Riccaboni, docente dell’Università di Siena e presidente della Fondazione Prima, il programma di innovazione nel settore agroalimentare del Mediterraneo, intervenendo in diretta streaming a Food for Earth Day, la maratona dedicata ai sistemi alimentari sostenibili in occasione della Giornata della terra.

Angelo Riccaboni.


    “L’innovazione tecnologica e organizzativa nell’agrifood – ha aggiunto – è un fattore decisivo per avere sistemi agroalimentari che rispondano alle esigenze nutrizionali di tutti i cittadini, rispettino l’ambiente e gli animali e salvaguardino la salute delle persone“. In questo contesto il programma Prima, con 500 milioni di euro di budget nei primi due anni ha finanziato 83 progetti a 700 unità di ricerca e innovazione per oltre 110 milioni di euro. “La sicurezza alimentare e cioè la possibilità che tutti abbiano accesso al cibo nella quantità e qualità desiderata – ha spiegato Riccaboni – è di nuovo una questione centrale anche in Paesi, come l’Italia, dove si pensava non fosse più a rischio“. “La salute è una sola – ha concluso Riccaboni – e quella del pianeta, delle persone e del cibo sono strettamente connesse. Nel nuovo contesto, la rivalutazione della dieta mediterranea che rispetta l’ambiente e le persone e prevede produzioni della regione Med, può essere molto utile“.

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LA CRISI ECONOMICA E LA CENTRALITÀ DEL MEDITERRANEO COME HUB ECONOMICO

La crisi economica mondiale generata dalla pandemia da coronavirus ridisegnerà le prospettive commerciali e l’export della nostra Penisola. La famigerata Via della Seta sta vivendo una crisi senza precedenti a causa delle problematiche geopolitiche e delle distanze che sono divenute un grande problema con il blocco degli scambi. La situazione commerciale attuale pone, per i paesi del Sud Europa e dell’Africa del Nord, il Mediterraneo come il nuovo tessuto economico da rivitalizzare. Anni di proposte politiche non erano riuscite a porre l’argomento al centro del dibattito così come sta innescando la pandemia mondiale e la consapevolezza di ridisegnare la cooperazione internazionale e l’export del sud europa.

Il coronavirus ha messo in luce le disarticolazioni dell’Europa di oggi, le nocività di una centralità non condivisa, evidenziando maggiormente le preoccupanti volontà “sovraniste” di diversi Paesi aderenti all’Unione. Un momento in cui si è aperto uno spiraglio, una possibile prospettiva che pone la centralità del Mediterraneo, generando nuove, ma antiche, “coalizioni” di Paesi “omogenei” per cultura e tradizione, quelli che si affacciano nelle acque del Mare Nostrum. Un contesto e una visione geopolitica che, dopo essere essere stata accantonata, potrebbe essere rilanciata con un partenariato euromediterraneo, che va visto non in concorrenza ma in complementarietà con il Made in France o il Made in Italy. Un impatto forte su tutta la produzione che gioverà paesi come il Marocco e la Tunisia, che garantiscono una buona produzione commerciale, un ottimo network per l’export e sono vicini all’Europa.

In tale meccanismo, anche la Turchia e Paesi dell’Est del Mediterraneo, come Cipro e Israele, possono offrire performance di alto livello. Negli ultimi 20 anni le economie dei Paesi dell’area Mena (Medio Oriente e Nord Africa) hanno avuto una cresciuta media del Pil del +4,4% annuo contro una media Ue di meno della metà (+1,9%). Questo ritmo di crescita, seppur leggermente rallentato, è destinato a restare alto nel prossimo quinquennio con un’area Mena a +3,0 per cento contro una media Ue più bassa. Altro indicatore importante è il reddito pro capite di questi Paesi, significativamente e costantemente migliorato negli ultimi anni.

La nuova centralità del Mare Nostrum rappresenta anche la porta di accesso per l’Africa, il continente in piena evoluzione. Quali sono i settori prioritari? Per il Mediterraneo e per l’intero continente africano, il settore più importante è quello dell’agroalimentare e numerosi sono i progetti e i programmi per la cooperazione alimentare. D’altronde, le proposte dei ricercatori del bacino e le idee di cooperazione riguardano innovazioni sostenibili inerenti all’area del Mediterraneo relative alla gestione delle risorse idriche nei sistemi agricoli, alla modellizzazione del rischio per garantire la sicurezza microbica e la qualità degli alimenti, sistemi di monitoraggio nelle cultura e negli allevamenti, la gestione sostenibile delle acque sotterranee in acquiferi costieri attraverso una governance innovativa e tecnologica, l’adattamento delle colture di frutta al cambiamento climatico, la prevenzione di patogeni nelle verdure della dieta mediterranea, l’utilizzo della diversità genetica locale per sfruttare l’adattamento dell’orzo in ambienti difficili, la creazione di rotte commerciali, sociali e storiche dei grani autoctoni del Mediterraneo anche attraverso la creazione e lo sviluppo di applicativi mobili rivolti ai consumatori e utilizzando la tecnologia blockchain, la resilienza agli stress abiotici nel grano duro, sistemi acquaponici per migliorare la sostenibilità delle produzioni alimentari, riduzione dei patogeni fungini nelle colture di fragole, gestioni irrigue del riso e della soia alternative a quelle tradizionali, valutazione e mappatura delle risorse idriche sotterranee degli acquiferi carsici, adattamento delle colture mediterranee al cambiamento climatico, la valorizzazione e la tutela comune del pescato attraverso tracciabilità e blockchain, la valorizzazione dei formaggi prodotti nel bacino e la ricerca scientifica sui semi.

Innovazioni e progettualità che possono ben svilupparsi nel Mediterraneo e che riposizionano il bacino comune al centro delle scelte politiche ed economiche del futuro. Prospettive che l’Italia, in considerazione della sua centralità geografica, non può assolutamente ignorare, valorizzando le prospettive di crescita occupazionale, di sostenibilità e ricordando all’Europa l’importanza dell’alimentazione e della Dieta Mediterranea, riconosciuta come patrimonio immateriale da parte dell’Unesco.

Articolo di Domenico Letizia pubblicato dal quotidiano L’Opinione delle Libertà.

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Il duro impatto del coronavirus sul prezzo del grano

L’Assemblea Parlamentare del Mediterraneo lancia l’allarme sull’accesso al cibo nel Bacino. Per i rappresentanti della storica organizzazione risulta essenziale rilanciare l’attenzione degli effetti della pandemia sulla sicurezza alimentare e su quello che può promuovere la comunità internazionale con l’adozione di misure efficaci, contrasto alla speculazione e innovazione tecnologica.

Al momento il legame tra pandemia e accesso al cibo non ha generato problematiche importanti, ma le prime avvisaglie di una guerra al grano sembrano emergere con conseguenze in Europa e in Italia. Sembrerebbe che gli stoccatori, nella speranza di un forte rialzo, attualmente non stiano vendendo il grano rimasto nei silos.

La giustificazione per un prezzo invariato starebbe nell’assenza di compravendite di grano. Le quantità del grano italiano non saranno abbondanti, secondo gli osservatori e gli agronomi. Al centro del dibattito c’è anche un altro problema: tutti i pastifici italiani e i grossi trader che hanno firmato contratti di filiera con gli agricoltori, temono che il prezzo al libero mercato possa essere di gran lunga superiore rispetto a quello previsto nei loro contratti. Le ultime analisi rilevano che nonostante l’incremento del consumo di farina per uso domestico, il comparto molitorio a frumento tenero registra una contrazione delle vendite senza precedenti pari al -25%. Il settore molitorio sta registrando, dall’inizio dell’emergenza COVID-19, una contrazione particolarmente significativa, e comunque senza precedenti, dei volumi di vendita di farina di frumento tenero. A fronte di un incremento nelle vendite delle confezioni da 1 kg, destinate ai consumatori privati e alle famiglie italiane che sono ritornate a cucinare in casa, si registra un crollo della richiesta proveniente dal canale della ristorazione e della pasticceria. Inoltre, viene registrato un preoccupante tracollo dell’export dopo un trend positivo ormai ultra-decennale riconducibile alla insuperabile qualità e versatilità delle farine italiane.

Un recupero nei prossimi mesi appare altamente improbabile tenuto conto, in particolare, che il canale della ristorazione pagherà, anche dopo la fine del periodo di emergenza, una contrazione riconducibile alle misure di cautela dagli esercizi commerciali e al forte ridimensionamento dei classici flussi turistici.

Il flusso commerciale e l’instabilità dei prezzi del grano è legato anche a logiche internazionali. Metà della materia prima trasformata, con percentuali variabili di anno in anno, arriva dall’estero. La Russia ha deciso di trattenere la maggior parte del grano per uso interno dopo essere diventata il maggior esportatore del mondo, mentre il Kazakistan, uno dei maggiori venditori di grano, ha vietato le esportazioni del prodotto. Si tratta di scelte nazionali poiché i governi stanno concentrando l’attenzione sull’alimentazione delle proprie popolazioni, mentre il virus interrompe le catene di approvvigionamento in tutto il mondo.

Altre tensioni si registrano anche per il riso con il Vietnam, che ha temporaneamente sospeso i contratti di esportazione, mentre le quotazioni in Thailandia sono salite ai massimi dal 2013. In aumento anche la soia, il prodotto agricolo tra i più coltivati in tutto il mondo.

Gli effetti della pandemia si trasferiscono dai mercati finanziari a quelli dei metalli preziosi fino alle produzioni agricole la cui disponibilità è diventata strategica con le difficoltà nei trasporti e la chiusura delle frontiere, ma anche per la corsa dei cittadini in tutto il mondo ad accaparrare beni alimentari di base dagli scaffali dei supermercati. Le varietà di grano nel Mediterraneo sono sempre state tante e dalla ottima prestazione grazie alla qualità dei terreni ma anche e soprattutto al clima del Mediterraneo che consente una migliore conservazione dei chicchi.

Il Mediterraneo e la collaborazione interna nel bacino diviene essenziale e a differenza di altri contesti può puntare alla qualità dei grani. Le “varietà locali da conservazione” sono tipologie di grano che mantengono alcune caratteristiche tecniche e agronomiche tipiche del grano diffuso fino agli anni Sessanta del secolo scorso. Nel 2018 si è verificato un incremento dei consumi di prodotti alimentari provenienti dall’utilizzo di farine e semole di grani autoctoni, che ha riguardato soprattutto la farina integrale e la farina ottenuta da produzioni biologiche, ambedue con tassi di crescita superiore al 10% rispetto al 2017.

È importante ricordare che i grani antichi, i cosiddetti grani autoctoni, sono tipologie di cereali, diffusi e coltivati in passato, che non hanno subito modificazioni e manipolazioni da parte dell’uomo e che non sono stati sacrificati alle logiche di produzione contemporanea che ha preferito alla qualità una maggiore resa per l’industria alimentare. Tali tipologie di grano possiedono un indice di glutine generalmente più basso e devono necessariamente essere lavorati con più attenzione in quanto la lavorazione chiede temperature più basse e tempi più lunghi di lievitazione.

Nell’ottica di profonde trasformazioni commerciali e di consumo anche nel Mediterraneo, la ricerca, la produzione e la vendita dei grani autoctoni potrebbe rappresentare un buon investimento per l’immediato futuro sia per le esportazioni che per il mercato interno, considerando anche che i consumatori tendono sempre più a richiedere e pretendere informazioni sulla qualità, autenticità e tracciabilità dei prodotti consumati.

Articolo di Domenico Letizia pubblicato dal quotidiano economico finanziario “Money.it“.

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Conoscere la Banca Nazionale dei Geni della Tunisia

La Banca Nazionale dei Geni della Tunisia ha il compito di garantire la sicurezza alimentare, gestire le risorse genetiche del paese e rilevare i trans-geni dei semi e degli alimenti che il consumatore tunisino utilizza.

La natura dell’ente è altamente strategica nel settore dell’alimentazione e della conservazione delle risorse genetiche locali, su cui la nazione, nel suo complesso, ha grandi speranze per affrontare la sfida della sicurezza alimentare attraverso l’impegno degli uomini e delle donne con i quali la banca collabora. La banca è riconosciuta come istituzione importante a livello regionale e nazionale, fornisce formazione e informazione agli specialisti di risorse genetiche, attrezzature scientifiche e tecniche e informazioni per le organizzazioni non governative.

La priorità della Banca è quella di tutelare e conservare la sicurezza alimentare in Tunisia. Utilizza tecnologia e strumenti innovativi per miglioreare e assistere le esigenze degli utenti.

Per visitare il website:

www.bng.nat.tn

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Il Coronavirus e la sicurezza alimentare nel Mediterraneo

La pandemia sanitaria globale sta generando un impatto enorme sulle società del Mediterraneo. Gravi problematiche legate ai sistemi sanitari, conseguenze drammatiche sui risparmi dei cittadini, problematiche per le aziende e cessazione delle attività sociali affliggono la nostra società. Per l’Assemblea Parlamentare del Mediterraneo risulta essenziale rilanciare l’attenzione degli effetti della pandemia sulla sicurezza alimentare e su quello che può promuovere la comunità internazionale con l’adozione di misure efficaci e sviluppo tecnologico. Attualmente non sono ancora innumerevoli le problematiche alimentari registrare ma gli esperti avvisano che se l’emergenza continuerà potrebbero generarsi conflitti e problemi legati al cibo. Il rischio è un aumento dei prezzi e una riduzione della filiera per le popolazioni più vulnerabili del bacino del Mediterraneo.

Molti paesi potrebbero risentire degli shock del mercato e dell’insicurezza alimentare. Secondo il World Food Program (WFP), i paesi della regione del Mediterraneo più a rischio, oggetto di attenzione da parte dell’Assemblea Parlamentare del Mediterraneo, sono il Libano, la Libia, la Mauritania, la Palestina e la Siria. Molta preoccupazione è registrata anche per i paesi dell’Africa e soprattutto per quelli più vulnerabili economicamente o troppo dipendenti dalle importazioni dall’estero.

Esistono diverse raccomandazioni politiche che il PAM propone per i paesi interessati, che possono mitigare l’impatto negativo della pandemia sulla sicurezza alimentare:

• Monitorare attentamente i prezzi e i mercati alimentari e comunicare tali informazioni in modo trasparente e al fine di guidare le politiche governative ad evitare il panico sociale.

• Soddisfare le esigenze alimentari delle popolazioni più vulnerabili e rafforzare i programmi di protezione sociale, compreso l’aiuto diretto economico.

• Mantenere aperti i flussi commerciali e garantire che la catena economica sia accessibile a tutti.

Per approfondire dettagliatamente le proposte dell’Assemblea Parlamentare del Mediterraneo vi rimandiamo ai file successivi

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L’importanza del grano e della rete “InGraMed”

Si torna a discutere di grano e di diplomazia del grano per l’importanza del settore in tutto il bacino del Mediterraneo. Il grano nel Mediterraneo, o più precisamente il frumento, è il cereale più diffuso al mondo per via dell’alta resa produttiva e delle infinite possibilità di utilizzo dei suoi derivati, come le farine.  

Il grano autoctono può essere indicato come il vero attore protagonista della Dieta Mediterranea, quello che deve fornire almeno la metà delle calorie da assumere giornalmente per coprire il nostro fabbisogno energetico. Il grano, ieri come oggi, è al centro di importanti decisioni geopolitiche mondiali, che interessano i maggiori consumatori al mondo, ossia l’area mediterranea. 

Il grano, è fortemente influenzato dai cambiamenti climatici. Lo scenario più negativo per il futuro,prevede una diminuzione del 25% della produzione mondiale tra il 2030 e 2049 e, al contempo, la FAO e l’OCDE prevedono che, per nutrire il mondo, la produzione di grano dovrà aumentare del 60%. I giochi politici e la diplomazia del Mediterraneo gravitano attorno al grano e chi lo controlla ha un ruolo strategico. La sua domanda è sempre in crescita,lo consumano 3 miliardi di persone nel mondo, innumerevoli sono le imprese e le start up interessate al settore, anche con l’innovazione tecnologica, e attualmente si produce solo in una decina di paesi.

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Digitale e tecnologia per le imprese agricole

Con l’avanzare della crisi sanitaria globale e il proseguire delle restrizioni fino agli inizio di maggio, gli agronomi tornano ad avere una centralità maggiore nella vita di un’azienda agricola e nella diffusione di prodotti agroalimentari.
Oltre l’aspetto tecnico e puramente legato alla professione, l’agronomo può informare l’azienda sulle opportunità della tecnologia, avviando una rivoluzione digitale per i propri clienti.  Costruire sistemi alimentari sostenibili e resilienti è  fondamentale sia in comunità altamente urbanizzate che nelle piccole comunità produttrici di eccellenze invidiate in tutto il mondo. Solo nel 2018, sempre secondo i dati  della Coldiretti, le esportazioni del cibo italiano erano lievitate fino a un valore di 41,8 miliardi di euro, proiettandosi a un ulteriore balzo del 5% nel 2019.

La disponibilità di dati e informazioni può generare maggiore efficienza dei processi di supply chain, con effetti , ad esempio,  sul miglioramento nella gestione delle scorte, sulla riduzione degli sprechi alimentari e sul consolidamento delle relazioni di filiera, nonché aprire nuove opportunità di mercato.

Inoltre, il consumatore è sempre più attento nei confronti delle informazioni riguardo un determinato prodotto. Il digitale abilita la raccolta di una maggiore mole di dati, riducendone al tempo stesso i tempi e i costi. Si riducono inoltre le possibilità di errore e manomissione del dato, che potrebbero verificarsi in un sistema non digitalizzato. Tra i benefici legati al miglioramento del processo stesso di tracciabilità e rintracciabilità vi sono la maggiore velocità nel poter identificare i prodotti e la conseguente riduzione dei costi di gestione di eventuali blocchi o richiami.

Tale tecnologia può risultare molto importante per valorizzare i prodotti di eccellenza del nostro bacino.

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Riscoprire la Madre Terra

Nell’inedita routine d’isolamento che stiamo vivendo è aumentata l’attenzione per il cibo, il tempo giornaliero e i pensieri dedicati agli approvvigionamenti, la preparazione e il consumo delle pietanze. Riaffiora la nostra natura terrestre: nel silenzio delle altre attività riscopriamo l’importanza del settore primario, l’agricoltura, l’arte e la fatica quotidiana di trarre dalla terra gli alimenti, la base necessaria, quotidiana della vita biologica. Pure in mezzo al ciclone della pandemia l’agricoltura d’Italia e della Campania non si è fermata, gli agricoltori hanno garantito quel servizio essenziale che è la sicurezza alimentare. Hanno continuato a rifornire gli scaffali dei supermercati, come i negozi di vicinato, un’altra preziosa riscoperta di questi giorni diversi.

Capita che proprio in tempo di distanziamento si finisca per riscoprire l’importanza delle relazioni, delle dipendenze e connessioni, di quel qualcuno che produce il cibo anche per noi. L’Italia ha voltato in fretta le spalle al suo passato. Ancora alla metà del ‘900 nel nostro Paese più di metà degli occupati lavorava in agricoltura: ora basta meno di un milione di agricoltori per produrre cibo per i restanti cinquantanove. Una comunità minoritaria, nemmeno più tanto influente sulla politica e l’opinione pubblica, anzi. Nella crisi della terra dei fuochi (sembra un secolo fa) l’abbiamo screditata e coperta di fango, salvo scoprire che non era vero niente, i prodotti agricoli della Campania continuano a essere assolutamente sani e sicuri.

Segnaliamo per i nostri lettori l’articolo di Antonio di Gennaro, pubblicato da Repubblica Napoli, il 10 aprile 2020.

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Martinelli ospite della trasmissione “Scienza e Lavoro”

La valorizzazione delle eccellenze autoctone del Mediterraneo, attraverso l’implementazione di politiche legate all’agroalimentare, torna sempre più ad essere una priorità per le scelte geopolitiche ed economiche del nostro futuro. Quella dell’alimentazione è una sfida importantissima e il recupero delle tradizioni, delle eccellenze e dei prodotti storici del nostro bacino è un’opportunità da studiare e approfondire. Questa è la visione del progetto “Grani Antichi di Tunisia“, finanziato dalla Rotary Foundation e inserito all’interno della scorsa edizione del Festival “Cerealia”, che vuole valorizzare la riscoperta dei grani autoctoni, ridando protagonismo alle eccellenze culinarie del nostro bacino. 

Il progetto legato ai cereali e al grano  vuole valorizzare il prodotto autoctono della Tunisia, attraverso l’utilizzo della ricerca scientifica e della scoperta storica e può essere ripreso e diffuso in altri contesti del Mediterraneo e dell’Italia. Una riscoperta delle nostre eccellenza che rischiano di scomparire. Una visione che parte dal Nord Africa, con l’occhio su tutto il Mediterraneo e che grazie al progetto della Rotary Foundation ha già dato vita a Tebourba, a circa 30 chilometri da Tunisi, al primo locale con il forno per la produzione del pane da grani antichi e per il loro stoccaggio, il confezionamento e la vendita dei prodotti derivati come burgul e couscous.

Venerdì 31 gennaio 2020, alle ore 21:00, su Scienza e Lavoro Teleromauno canale 271 dgt è andata in onda la trasmissione “Scienza e Lavoro” del canale televisivo Teleromauno. La trasmissione è stata trasmessa in replica sabato 1 febbraio ore 20:00 su Uno TV, ch. 270 dgt, e domenica 2 febbraio, alle ore 21:00, su Teleromauno ch. 271 dgt.

Ai lavori hanno partecipato l’ingegnere Franz Martinelli, Presidente della Gi.&Me. Association – Associazione Rotariani per i Giovani del MediterraneoPaola Sarcina del CEREALIA – La Festa dei Cereali e Domenico Letizia, giornalista e analista politico e geoeconomico, nonché responsabile alla comunicazione della Gi.&Me. Association – Associazione Rotariani per i Giovani del Mediterraneo e analista per il Think Tank “Imprese del Sud“, con la conduzione del giornalista Diego Righini.

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LA SICUREZZA DELL’ACCESSO AL BUON CIBO

La sicurezza alimentare e l’accesso al cibo ritornano ad essere elementi di analisi. Innumerevoli sono i progetti già avviati tra le due sponde del Mediterraneo che meritano interesse e attenzione, con idee che possono essere “esportate” in altre realtà del nostro bacino. L’emergenza pandemia ha innescato un dibattito internazionale sull’attualità globale dell’accesso al cibo, alla sicurezza alimentare e al problema della fame nel mondo. Occorre, a livello comunitario, individuare soluzioni concrete e innovative alle grandi sfide globali che sono tra gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda Onu 2030.

Obiettivi che ritroviamo tra le priorità dell’Expo 2020 di Dubai. La progettualità è quella di individuare nuove opportunità, liberare il potenziale dei singoli e delle comunità e provare a creare un futuro migliore, guardando all’innovazione in termini di mobilità e pensando a sistemi innovativi di logistica e trasporto, senza sottovalutare l’importanza della sostenibilità, dell’accessibilità e della resilienza delle risorse naturali, ambientali, energetiche ed idriche. Nel corso del semestre dell’Esposizione di Dubai, il Padiglione Italia ospiterà alcune tra le migliori esperienze nel campo dell’agrifood e della blue-economy del Mediterraneo che, grazie al protocollo d’intesa siglato tra il Commissariato italiano e il segretariato Generale Prima, saranno presentati a Dubai alcuni dei progetti più innovativi vincitori del bando Prima. Quella dell’alimentazione è una sfida importantissima e il recupero delle tradizioni e dei prodotti tipici del nostro bacino è un’opportunità da studiare e approfondire sia in termini di occupazione che per la salute alimentare dei popoli del Mediterraneo. Esempio autorevole è il progetto “Grani autoctoni del Mediterraneo” promosso dalla Gi.&Me. Association che, attraverso la ricerca scientifica e storica dei prodotti autoctoni del Mediterraneo, contribuirà a porre l’alimentazione al centro delle realtà sociali su cui dover puntare, a partire dalla Tunisia con la prosecuzione dell’attività riguardante il progetto “Grani antichi di Tunisia”, finanziato da Rotary Foundation. Progettualità ben sintetizzata da Franz Martinelli, presidente di Gi.&Me. Association, che ha dichiarato: “Stiamo lavorando all’idea di un progetto sui grani autoctoni, che ci auguriamo possa essere ammesso a finanziamento, perché il nostro impegno continua a essere quello di fornire un concreto contributo sull’importante attività di valorizzazione e sviluppo dei Grani Autoctoni del Mediterraneo, così da consolidare in chiave di sicurezza alimentare il legame in agricoltura tra prodotti e territorio con la storia e con la cultura, per lo sviluppo locale dei prodotti agricoli e al fine di promuovere e valorizzare anche il lavoro dei giovani nei territori di appartenenza con l’agriturismo”.

Quanto al progetto “Grani antichi di Tunisia”, quest’ultimo abbraccia l’intera filiera a partire dai piccoli agricoltori che lavorano e seminano le varietà tradizionali di grano duro, con le donne che ne fanno prodotti ad alto valore aggiunto, come il borghul, il couscous, il pane e la variegata tipologia di paste della tradizione tunisina fino alla distribuzione finale di questi prodotti ad alta capacità nutrizionale. Dalla Tunisia, dunque, una nuova visione dell’alimentazione e delle tradizioni culinarie che unisce crescita sostenibile, lavoro, occupazione giovanile e di genere e valorizza l’importanza della salute alimentare.

È importante ricordare che i grani antichi, i cosiddetti grani autoctoni, sono tipologie di cereali, diffusi e coltivati in passato, che non hanno subito modificazioni e manipolazioni da parte dell’uomo e che non sono stati sacrificati alle logiche di produzione contemporanea che ha preferito alla qualità una maggiore resa per l’industria alimentare. Tali tipologie di grano possiedono un indice di glutine generalmente più basso e devono necessariamente essere lavorati con più attenzione in quanto la lavorazione chiede temperature più basse e tempi più lunghi di lievitazione. In tema di salute e sicurezza alimentare nel campo dell’agrifood e della blue economy ricordiamo anche Surefish dedicato alla pesca nel Mediterraneo, che è uno dei progetti che ha vinto il bando Prima 2019 e che è nato da un programma coordinato da Enco, Engineering & Consulting assieme al Dipartimento di Agraria dell’Università degli Studi di Napoli Federico II. Surefish vede lavorare assieme 13 partner dei 5 Paesi partecipanti al progetto (Italia, Egitto, Libano, Spagna e Tunisia), tra cui Gi.&Me. Association /Slow Food Tebourba Association.

Il progetto “Surefish” vuole far riavvicinare consumatori e produttori in un clima di fiducia da rigenerare dopo la crisi, incentrando l’attenzione su alcune tipologie di pescato che appartengono alla realtà alimentare dei paesi che partecipano al progetto. L’alimentazione, l’accesso al cibo e al pescato di qualità, sostenibilità e apertura alle comunità, rappresentano le sfide della realtà mondiale che vuole guardare ad un futuro, da riscrivere, dopo l’emergenza sanitaria che il mondo sta vivendo.Una progettualità ben sintetizzata dalle parole di Angelo Riccaboni, presidente della Fondazione Prima, che ha recentemente dichiarato: “La pandemia pone al centro dell’attenzione la tematica dell’accesso al cibo e della sicurezza alimentare”.

Quella dell’alimentazione è una sfida importantissima e il recupero delle tradizioni e dei prodotti tipici del nostro bacino è un’opportunità da studiare e approfondire.

Articolo di Domenico Letizia pubblicato dal quotidiano “L’Opinione delle Libertà“.